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Contaminazioni

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Mercanti e mercati: la potenza di un incontro

Questo articolo è un vero e proprio viaggio: ce ne andremo in giro alla scoperta dei mercati del mondo e quindi allacciate….ah no, no! Meglio dire caricate i carri, sistemate i cavalli e…andiamo!

Il nostro viaggio comincia nel pieno Medioevo, un periodo storico particolare, ricco di avvenimenti belli e meno belli, di sicuro molto fervente. In questo momento, soprattutto in Europa, i mercanti erano persone che iniziavano a vivere del loro lavoro: il commercio. Il mestiere di mercante nasce proprio in questo momento e la parola mercante viene dalla parola mercantante cioè proprio colui che pratica la mercatura.
Dall’anno mille e fino a tre secoli dopo le citta si popolarono grazie proprio ai mercanti: non erano più, ormai, luoghi di passaggio ma ritrovi dove fare affari. Quindi si crearono anche scambi di merci con le popolazioni straniere. Insomma, si andava formando il mondo che poi avrebbe preso la forma che conosciamo. Tutt’oggi infatti si sono mantenute delle tradizioni e dei modi di vivere che vengono da un lontano passato e che i popoli tengono a rispettare.

La prova concreta di quel che stiamo dicendo sono i mercati: il mercato non è solo un luogo, ma un concetto. Il mercato è incontro, è scambio di merci e di idee, è stupore di fronte alla varietà del mondo. Un mercato è poi, anche, naturalmente, un luogo in cui si possono comprare dei prodotti.

Leggendo qua e là su internet e stimolata dalle lezioni di geografia a scuola, ho cercato informazioni sui mercati del mondo e devo dire che sono rimasta meravigliata da tanta varietà e bellezza.
Luoghi di odori, sapori, colori: li vorrei vedere tutti.

Vorrei assaggiare, toccare, ascoltare.

Il mercato del pesce a Tokyo, ad esempio, secondo me è interessantissimo: offre dal pesce più economico al caviale più lussuoso ed è il più grande del mondo. Oppure il Water Market a BangKok, dove la merce viene scambiata su delle barche che galleggiano sulle acque; il Gran Bazar a Istanbul, che è pieno di spezie d’Oriente e di tessuti preziosi, è uno dei mercati più antichi e colorati del mondo. Ancora: il souk di Marrakech, in cui vedrete insieme pollame, pellame, dolci buonissimi marocchini, pantofole, servizi da tè. Veramente un posto che vorrei vedere. E la Boqueria di Barcellona? 800 bancarelle di frutta profumata, formaggi, vini. Che meraviglia! Ancora, i mercatini di Natale in Europa, soprattutto al nord, in cui non solo si comprano oggetti fatti a mano, magari con lane pregiate che scaldano l’inverno, ma si acquistano anche cose mangerecce, come street food tipico o infusi da passeggio che tengono calde le mani. Se cercate un ambiente underground, punk- gothic, Camden Town è il luogo che fa per voi: se state cercando un souvenir originale a Londra, qui lo troverete! E non parliamo dell’Italia, che è piena di mercati, da nord a sud, grandi e famosi ma anche piccoli e conosciuti solo ai locali: Piazza Palazzo, Piazza delle Erbe, Ballarò, San Gregorio Armeno, Campo de’ Fiori.


Che si chiami dunque mercato o suk, che è la denominazione usata del mondo arabo, io spero che nella mia vita potrò vedere diversi mercati perché mi sembra un bel modo per avvicinarmi alla cultura di un Paese.

Articolo di Roberta De Angelis, 2C

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L’amore oltre la morte: l’Olanda dei Tulipani

La parola “tulipano” viene dal turco “tulbend”, che significa “turbante”. E infatti rimanda al copricapo che si usa nelle zone medio orientali del mondo. Questo non è un caso, perché i bulbi di tulipano arrivarono in Europa dalla Persia nel 1554. Si diffusero in particolare in Olanda e ancora oggi i tulipani sono un vero e proprio simbolo dei Paesi Bassi. il 1 maggio in Olanda c’è proprio la festa dedicata a questo fiore.

I tulipani però erano però, inizialmente, molto costosi e per questo erano considerati un bene di lusso quasi come i diamanti. Nel Seicento, i bulbi dei tulipani, per quanto erano ritenuti preziosi, potevano anche essere scambiati con terreni e bestiame.
Con il passare degli anni venne aumentata la produzione e si favorirono anche degli innesti, si fecero tante sperimentazioni che consentirono di produrre fiori di molti colori, tutti diversi e nuovi. I più richiesti erano quelli striati che si ottenevano
iniettando nel bulbo un virus, pensate un po’
. Finalmente questo bel fiore stava pian piano diventando accessibile a tutti. Oggi in Olanda ci sono tantissime zone in cui possiamo incontrare grandi coltivazioni di tulipani, da visitare a piedi o in bicicletta, come fanno i locali.

Ma nel linguaggio dei fiori, cosa rappresenta il tulipano? Ho letto che alla donna amata si usa regalare la rosa in diverse zone del mondo, ma non tutti sanno che è invece il tulipano il simbolo dell’amore oltre la morte. Se la rosa è l’amore terreno, il tulipano rappresenta una dimensione più alta: quella dei sentimenti più nobili, dell’amore che tende all’infinito.
Al riguardo, esistono alcune leggende, la più famosa è iraniana, e racconta la morte di Shirin, una bellissima giovane innamorata di Farhad, partito in cerca di fortuna che però non tornò mai più. Disperata, la fanciulla si mise alla ricerca dell’amato fino a quando, in preda allo sconforto più totale, cadde su alcune pietre aguzze e si fece male, così tanto che morì, in un mare di lacrime e di sangue. Proprio da quel sangue, in quel luogo, nacquero i primi tulipani. Rossi, ovviamente, perché rosso è il colore del sangue ma anche della passione e dell’amore.

Mi piace molto studiare la geografia anche attraverso simboli e tradizioni dei Paesi. Questa dei tulipani è stata una bella scoperta.

Articolo di Federico Vittori, classe 2A.

Articoli Recenti, Confini Immaginari, Contaminazioni, Storia e turismo sostenibile

Il cammino di Santiago: tra storia, geografia, religione, simbologia e…sostenibilità

Un giorno, mentre guardavo distrattamente un documentario, sono rimasto colpito da un luogo, se luogo davvero lo si può definire. Poi ne abbiamo parlato a scuola nell’ora di geografia e mi sono incuriosito ancora di più. Sto parlando del Cammino di Santiago, uno dei pellegrinaggi più famosi del mondo. Quale posto migliore per parlarne, se non il nostro blog che approfondisce storie di cammini, di popoli, culture diverse e sostenibilità?

Dunque vi spiego bene: questo cammino è un percorso composto da una serie di itinerari che, partendo da luoghi diversi della Spagna, del Portogallo e della Francia, consentono di arrivare a Compostela, città spagnola, dove i pellegrini ottengono il perdono dei peccati o comunque, se non sono religiosi, terminano il loro cammino in un posto bellissimo e storicamente importante. È una esperienza unica ed emozionante, da fare da soli o in gruppo, a piedi o in bici: camminare vuol dire sempre ritrovare se stessi e sfidare i propri limiti fisici e psicologici, entrando in contatto con la propria spiritualità. Una fortuna, Lo dovremmo fare tutti più spesso. E poi è un’attività sostenibile, non inquina, fa bene alla natura, alle gambe, ai polmoni e al cuore. E poi questo cammino ripercorre luoghi della storia, quindi unisce a tutto ciò anche la bellezza di conoscere qualcosa in più del nostro passato. Mi piace questa idea del turismo sostenibile!

Lo scopo di questo cammino è raggiungere la Cattedrale di Santiago de Compostela per venerare le reliquie dell’apostolo San Giacomo, Santiago appunto. Ogni anno a questo pellegrinaggio partecipano circa 300 mila persone provenienti da tutto il mondo. Mi sono posto tante domande sul perché ogni anno tutta questa gente avesse sentito il bisogno di fare questo viaggio ed ho scoperto che i primi pellegrinaggi risalgono al XI secolo, quando vennero scoperti qui i resti della salma di Santiago. Secondo la leggenda, San Giacomo fu uno dei dodici apostoli di Gesù e, dopo la morte del Messia, si adoperò per un’opera di evangelizzazione nei territori della Spagna ma venne ucciso pochi anni dopo al suo rientro in Palestina, mentre il suo corpo fu sepolto in Galizia. Il cammino di Santiago viene riconosciuto soltanto nel 1492 da Papa Alessandro VI.

Il cammino si divide in tre sezioni principali: il cammino francese, il tratto nel nord della Spagna e quello portoghese. L’importante è percorrere almeno 100 Km del Cammino di Santiago (sugli 800circa totali) per ottenere la Compostela. Il pellegrinaggio è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1993. Non esiste un unico simbolo del Cammino di Santiago, ma veramente tanti, anche se i più comuni sono la croce del cammino, la conchiglia e la freccia gialla.

Uno dei simboli indiscussi è la freccia gialla,flecha amarilla, dipinta con un pennello ovunque, su strade o alberi, insomma dove capita. Nasce nel 1984 grazie a un sacerdote che in questo modo riuscì a indicare l’itinerario ai pellegrini del tratto francese. Poi c’è la conchiglia di San Giacomo o vieira, mollusco di cui sono ricche le coste della Galizia e che i pellegrini portavano via come premio ed era veramente una prova che avessero concluso davvero il cammino, visto che la vendita di queste conchiglie era consentita solo a Santiago de Compostela. Infine, in parallelo all’altra grande meta della cristianità, Gerusalemme, che ha la croce Leonina, anche al Cammino di Santiago è stata associata una croce particolare, la Cruz de Santiago, che rappresenta una spada con un’elsa “a giglio” e che è di solito dipinta in rosso.

Tante bellissime curiosità e una storia lunghissima che si intreccia alla religione. E alla geografia: cammini, confini superati, Paesi attraversati, incontro con gli altri pellegrini. Che bello tutto questo!

Dopo aver fatto questa ricerca credo e sono convinto che questo pellegrinaggio sia una esperienza da provare perché sono sicuro che le emozioni che si provano sia a livello fisico che mentale sono uniche e irripetibili. Quando sarò più grande mi riprometto di farlo e di poter condividere e confermare che ne è valsa la pena.

Articolo di Michele Conti, classe 2 A

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Gutenberg, qualche riflessione

Il padre della stampa è Gutenberg, lo sappiamo tutti. Mi ha molto colpito la storia della sua invenzione, perché credo che sia una delle più importanti di tutti i tempi. Una di quelle che ha davvero cambiato la storia, perché ha cambiato la mente delle persone. 
Gutenberg h fatto in modo che si diffondesse la cultura in lungo e in largo, quindi praticamente ovunque, e nel tempo, quindi in ogni periodo storico da quel momento in poi.
Questa tecnologia, infatti, ha permesso la diffusione del sapere in maniera economica e veloce, anche tra persone che altrimenti non avrebbero potuto permettersi di comprare un libro. Insomma, la stampa a caratteri mobili, nata il 3 febbraio 1468 è forse la prima arma di istruzione di massa e quindi nelle slides potrete leggere chi era quest’uomo e cosa sono i suoi caratteri mobili.

Buona lettura, cliccate sul file.

Articolo di Matteo Laska, classe 2A

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I Celti

Arrivati dall’Asia Minore, i Celti occuparono, tra l’XIII e il IV secolo a.C., molte regioni del continente europeo e delle isole britanniche. Le loro migrazioni e i loro spostamenti ebbero molteplici cause: l’aumento demografico, lo spirito di conquista, la pressione di altri popoli. Erano organizzati in tribù e un elemento che li legava molto era la religione, che si fondava sul culto di numerosi dei: questo popolo, hanno dedotto gli studiosi, aveva una religione politeista fondata e basata sulla natura e quello che offre: immaginavano che gli dei risiedessero in luoghi nascosti come isole lontane, foreste, grotte. La triade principale delle divinità era costituita da Teutanes, Taranis ed Esus: a questi dei erano dedicati anche sacrifici umani, i Celti erano noti perché decapitavano i nemici.

I Celti non si possono definire davvero un popolo, ma si può parlare di una stratificazione di popoli diversi che si fusero insieme e si dividono in base alla zona in cui vivevano e quindi si appropriano di questi nomi: in Gran Bretagna vengono chiamati Britanni; nella penisola Iberica vengono chiamati Celtiberi; nella penisola Balcanica vengono chiamati Galati; nella Gallia (Francia) vengono chiamati Galli; nei pressi del Danubio vengono chiamati Pannoni.

I Celti attraversarono le Alpi e si fermarono nella Pianura Padana (Gallia cisalpina) e da qui arrivarono anche Roma, che saccheggiarono nel 390, guidati da Brenno. 
Nel II e I secolo a.C., però, l’espansione dei Romani e dei popoli germanici sottrasse ai Celti quasi tutti i territori. Purtroppo in questo modo si perse la loro lingua che sopravvisse solo in Britannia (oggi Gran Bretagna), dove, nonostante l’occupazione romana, i Celti conservarono il Galles, la Scozia, l’Irlanda e alcune isole, come l’Isola di Man. Qui i loro dialetti sopravvissero nelle varianti gaelica, in Scozia e Irlanda e cimrica in Galles e nella zona della Cornovaglia. 

Al vertice della loro società c’erano guerrieri e druidi (che erano detti anche veggenti ed erano sacerdoti, maghi, insegnanti e giudici); poi c’erano i liberi non armati e gli schiavi, che praticavano agricoltura, allevamento, caccia e artigianato. 

I celti sono un popolo molto legato ai simboli, legati com’erano alla natura e al suo simbolismo magico. Sono davvero tantissimi, ne abbiamo scelti solo alcuni.

La triscele.
Si tratta di un simbolo diffuso in diverse aree geografiche, tanto che sono stati ritrovati reperti con questo simbolo anche a Malta, in Anatolia e in Grecia. Anche il simbolo della Sicilia, le tre gambe che si diramano circolarmente da un volto centrale, è una variante dell’antica triscele celtica, ripreso per le tre punte della Sicilia, l’antica Trinacria. Il tratto caratteristico della triscele, che differenzia questo simbolo celtico dalla triquetra, è la sua dinamicità.

La croce celtica.
Simile a una croce cristiana, ma racchiusa dentro a un cerchio, le origini della croce celtica sono ancora avvolte nel mistero. Si pensa che le quattro braccia della croce rappresentassero i quattro punti cardinali o, secondo un’altra teoria, i quattro elementi. Il cerchio che la circonda, invece, fa riferimento al dio del sole Taranis, che era sempre rappresentato con in mano una ruota solare. Il simbolo è quello che vedete nella foto di copertina dell’articolo.

La triquetra.
Questo simbolo racchiude due figure: la prima è il cerchio e la seconda è un tratto unito che forma una forma triangolare. La forma triangolare rappresenta la triplicità dell’universo (come: vita, morte, rinascita e anche mente, corpo, anima). Invece la forma circolare rappresenta l’unità dei tre elementi.

L’albero della vita.
L’albero della vita rappresenta la credenza druidica nella connessione tra cielo e terra, uniti nell’albero grazie ai suoi lunghi rami rivolti verso il cielo e alle sue radici, che si spingono in profondità sotto terra.

Articolo di Simona Campellone, classe 2A

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Mescolanza e contaminazioni in Andalusia: il Flamenco

Il Flamenco è una forma di musica e di danza di origine andalusa, che non nasce come vera a propria forma di spettacolo , ma come un modo personale e soggettivo di sfogare i dolori in modo intimo. Si tratta di un ballo inventato dai gitani, che veniva usato come sfogo per chi li perseguitava e nel 2010 è stato dichiarato Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco. 

I patrimoni immateriali sono importantissimi perché tramandano cultura e tradizioni, le consacrano, in un certo senso, le tutelano.

L’Andalusia è una terra bellissima che si situa nel Sud della Spagna, che da sempre è fulcro di importati flussi migratori e il Flamenco nasce dalla mescolanza di balli e musiche sia tradizionali che nomadi, una contaminazione bellissima che gitani, mori ed ebrei portarono con sé dalle lontane regioni d’Oriente e d’Occidente e le fusero con le tradizioni europee e spagnole.

Il Flamenco si cantava, inizialmente, senza l’accompagnamento della chitarra, avvalendosi soltanto di supporti ritmici corporali, come il battito dei piedi sul terreno, delle mani oppure delle nocche sul tavolo. Negli ultimi decenni si sono cominciati ad usare nel flamenco anche altri strumenti, come per esempio la chitarra, il sassofono, il flauto, il violino e altri tipi di strumenti a percussione e oggi quindi il Flamenco è una forma di spettacolo a tutti gli effetti e i turisti che vanno in Spagna spesso vogliono assistere a questi spettacoli, bellissimi e coinvolgenti.

Ogni anno, durante il periodo di Pasqua, in tutte le città principali dell’Andalusia, si festeggia la “Feria de Abril” e tra tutte la più famosa è quella di Siviglia. Le ragazze indossano il tipico vestito tradizionale, con un ventaglio e un fiore rosso fra i capelli e gli uomini si vestono da cavalieri gitani. Le strade sono piene di carrozze decorate e risuona la melodia della chitarra spagnola.

Il modello più comune è un vestito fino alla caviglia; a volte anche fatto di due pezzi: gonna e camicia. La gonna è spesso a balze (faralaes) che possono essere posizionati sia sulla gonna che sulle maniche. Di solito è ampia e lunga, perché si deve muovere e deve girare al vento o mentre si balla. La camicia di solito è bianca, rossa o nera, questi sono i principali colori del Flamenco. Il vestito, con disegni sia semplici che a motivi geometrici, o anche a tinta unita a volta, si completa con un tipo di scialle tipico chiamato Mantón de Manila. Immancabili il ventaglio, le nacchere e il fiore nei capelli, in ordine e raccolti. Non vedo l’ora di poter viaggiare dopo il Covid e assistere a uno di questi spettacoli.

Articolo di Lorenzo Verlingieri, classe 2A

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Il Danubio: un confine o un collegamento?

Il Danubio è il secondo fiume europeo, per lunghezza, dopo il Volga, ma il più lungo navigabile di tutta l’Unione Europea. Il suo corso tocca dieci Paesi e quattro capitali europee ed è da sempre un fiume importantissimo, sia perché per lunghi tratti fa da confine internazionale, sia perché è quasi tutto navigabile.

Questo vuol dire che circa 2.600 km sono percorribili, dalla Germania meridionale, dalla catena della Selva Nera, da cui ha origine, fino al Mar Nero interamente sul fiume.

Già i Romani usarono il Danubio come confine dell’Impero Romano, ma anche prima di loro il fiume era un importante zona di confine, sempre più usato dai popoli a questo scopo: i fiumi in effetti sono oggettivamente un confine, ben visibile e naturale, come spesso accade per gli elementi del paesaggio. Anche le Alpi o il Caucaso, o i Pirenei, o altre catene montuose, sono confini naturali. Però allo stesso tempo il fiume è pur sempre una via di comunicazione: il Danubio, infatti, in questo caso, è un collegamento tra i Balcani e l’Europa centrale.

Il Danubio è un fiume fondamentale, inoltre, sia naturalisticamente parlando, sia culturalmente. Il suo delta, che sfocia nel Mar Nero, appunto, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, perché è ben conservato e mantiene un ecosistema intatto: qui ci sono tantissime specie di flora e fauna: ben 1200 varietà di piante, 45 specie di pesci d’acqua dolce e 300 specie di uccelli. Una biodiversità incredibile!

Capitali bagnate dal Danubio: 
Vienna: qui il Danubio è molto valorizzato, dai locali a riva fino agli sport acquatici che è possibile praticare proprio nel fiume.
Bratislava: qui potrete godere di affascinanti tour sul Danubio e saperne di più.
Budapest:  la Regina del Danubio, perché il fiume divide la parte antica della città (Buda) dalla parte moderna (Pest)
Belgrado: qui invece confluiscono la Sava e il Danubio, i due fiumi incontrano. L’atmosfera è bellissima.

E siccome gli elementi del paesaggio caratterizzano la vita delle persone, devono per forza entrare anche nella cultura dei popoli che lo vivono. Per esempio Strauss scrisse Sul bel Danubio blu, un valzer famosissimo che mette il buonumore.
Buon ascolto: cliccate qui.

Articolo di Mathias La Selva, 2A


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Il ghiaccio e il fuoco

La terra del ghiaccio e del fuoco. L’Islanda è chiamata anche così, perché il suo territorio è davvero particolare dal momento che è ricoperta da vulcani e ghiacciai, soprattutto. Ma non solo. L’Islanda nasconde degli scenari naturali fantastici come bump, geyser, panorami sconfinati, scogliere e iceberg.

Viene definita “terra di ghiaccio”, Ice Land, perché per circa 13. 000 km2, un buon 10%, è ricoperta da ghiacciai. Può essere tuttavia chiamata anche “terra di fuoco” a causa dell’intensa attività dei suoi numerosissimi vulcani e dei fenomeni di vulcanesimo con cui si manifesta il calore racchiuso nelle sue viscere. L’Islanda è infatti un’isola vulcanica.
Tra l’altro un’eruzione nata da una fessura nel terreno sta portando alla nascita di un nuovo vulcano. Vedere e sentire la Terra che cambia, che si trasforma, ci fa sentire più vivi, emozionati di fronte al nostro pianeta che è sempre fonte di stupore

L’Islanda è una terra giovane (circa 20 milioni di anni) e ha una geologia che mi attira molto, infatti si trova proprio a cavallo della dorsale medio – atlantica.  Proprio una faglia vulcanica, tra l’altro, è quella che divide l’isola in due parti che si separano in continuazione ad una velocità di circa 2 centimetri l’anno. Le faglie dunque si allontanano tra loro.

L’Islanda quindi rappresenta la più ampia parte emergente della lunghissima dorsale medio-atlantica che è sommersa nell’Atlantico, ma attraverso la quale risale il magma dagli strati profondi della terra: qualche volta su questa dorsale qualche terra riesce a emergere e a formare delle isole, di natura vulcanica ovviamente proprio come è successo per l’Islanda, o le isole Azzorre.
Conseguenza dei fenomeni vulcanici è l’abbondanza di geysers e di sorgenti calde, che hanno un’ importanza economica notevole, come abbiamo studiato in geografia: l’energia geotermica qui è sfruttatissima.

I vulcani attivi sono confinati a nord del Vatnajokull, il ghiacciaio più grande dell’Islanda ma anche d’Europa. Possiede molte lingue di ghiaccio su ogni lato e ciascuna ha un nome. 8.100 Km² di ghiacci e iceberg, che ricoprono quasi il 10% della superficie dell’Islanda. Il Vatnajökull è il quarto ghiacciaio al mondo dopo la calotta glaciale dell’Antartide, la calotta glaciale della Groenlandia ed il Campo de Hielo Sur in Patagonia

Sotto la sua cappa di ghiaccio si trovano diversi  vulcani attivi: non è incredibile?

L’Islanda è un paese che mi affascina molto e che prima o poi vorrei
visitare
perché mi incuriosisce molto. Già dal nome mi fa pensare a una
specie di terra magica
: se penso al ghiaccio e poi al fuoco che sono
due elementi diversi, opposti, che in teoria dovrebbero annullarsi a vicenda e invece convivono benissimo, non vedo l’ora di andare a vedere di persona.

Dell’Islanda parleremo ancora, perché c’è tanto da dire. Ne abbiamo già parlato qui. Buona lettura!

Articolo di Federico Valentini, 2A

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Il Carsismo: di che parliamo?

Il carsismo è un fenomeno che si rileva nelle zone in cui sono presenti rocce calcaree. Infatti le rocce calcaree sono formate prevalentemente da carbonato di calcio, un composto chimico solubile in acqua e che si erode facilmente. Questo fenomeno si verifica quando l’acqua, leggermente acida (unita ad anidride carbonica presente nell’aria), “aggredisce” le rocce calcaree e le modella sia in superficie che in profondità (come avviene per i pozzi naturali) creando forme spettacolari che attraggono molti turisti.

Il termine carsismo deriva dalla regione del Carso triestino, perché è proprio qui che sono iniziati gli studi di questo fenomeno, un altopiano che occupa una buona parte del territorio della Venezia Giulia e della Slovenia.

L’attività chimica dell’acqua genera doline, inghiottitoi, paesaggi bellissimi. L’acqua piovana corrode le rocce calcaree in superficie, creando delle fessure e penetrando in profondità. Poi a un certo punto incontra uno strato di roccia impermeabile e, non potendo più scendere in profondità, l’acqua continua comunque a scavare nelle rocce calcaree, creando, con il passare del tempo, vere e proprie grotte carsiche.

IL CARSISMO HA TANTE FORME

Ci sono diversi tipi di forme carsiche, sia in superficie che nel sottosuolo.
Vediamo quelle in superficie:

I KARREN: sono dei solchi creati dall’erosione dell’acqua piovana in grandi distese di roccia calcarea.

LE DOLINE: sono delle depressioni del terreno a forma di imbuto. In alcune doline ci può essere un inghiottitoio che fa passare l’acqua piovana per raccoglierla nel sottosuolo. Quando ci sono due o più doline insieme, formano un’uvala.

Ora passiamo a quelle nel sottosuolo:

Le più comuni sono le GROTTE: possono essere piccole e inesplorabili, oppure grandi, facilmente accessibili.

I POZZI e LE GALLERIE: i pozzi si sviluppano in verticale, mentre le gallerie in orizzontale.

E LE STALATTITI E LE STALAGMITI?

Queste due forme carsiche sono frutto di un accumulo di carbonato di calcio contenuto nelle acque che attraversano ed erodono il terreno. Le stalattiti si formano dall’alto verso il basso e possono impiegare molti anni per formarsi. Le stalagmiti si formano invece, dal pavimento verso l’alto, in quei punti in cui le gocce di acqua cadono e depositano sottili veli di carbonato di calcio. E pian piano salgono e salgono. Quando stalattiti e stalagmiti si fondono, danno vita alle forme più spettacolari e strane!

Attraverso le spaccature delle rocce, l’acqua arriva nella grotta goccia a goccia. Alcune gocce, prima di cadere, evaporano e parte del bicarbonato di calcio si trasforma in carbonato di calcio, che va proprio ad aderire al soffitto della grotta. Si formano così, nel corso degli anni, delle colonne pendenti dette stalattiti. Se la goccia cade sul pavimento, l’evaporazione termina al suolo e, in corrispondenza delle stalattiti, si formano delle colonne ascendenti dette stalagmiti. Se stalattiti e stalagmiti si uniscono, quando sono molto alte o molto lunghe, formano vere e proprie colonne che vanno dal pavimento al soffitto.

Il carsismo è un fenomeno molto diffuso in tutta Europa, quindi naturalmente anche in Italia. Vediamo le zone più importanti:

  • la Grotta Gigante, proprio sull’altopiano del Carso;
  • le Grotte di Frasassi, nelle Marche;
  • la Grotta del Vento, in provincia di Lucca;
  • le Grotte di Pastena, nel Lazio;
  • le Grotte di Castellana, in Puglia.

Ma soprattutto lo troviamo anche e soprattutto nell’area del Parco Sirente Velino, in Abruzzo. L’inghiottitoio di Terranera, chiamato Pozzo Caldaio, ne è un esempio, ma anche la zona di Rocca di Cambio e le bellissime e famose Grotte di Stiffe. Anche il fenomeno dell’erosione fluviale crea paesaggi spettacolari, come si vede nelle Gole di Aielli Celano, lunghe circa 5 km e strettissime, e con pareti alte più di cento metri. Questo vero e proprio canyon è scavato dal torrente La Foce.

Nelle grotte carsiche troviamo persino vita animale: ragni e anfibi, ma anche crostacei. Un animaletto molto particolare è il proteo, un anfibio privo della vista, che vive esclusivamente nelle grotte.

Articolo di Alice Lucchini, classe 2A